Aspettando i Turchi - Un omaggio all’antica piazza della città
Folklore e tradizioni
Dal 2010, il Comitato tecnico-scientifico ha voluto organizzare un evento che precede di qualche ora l’inizio della parata: attraverso questo suggestivo quadro con costumi del XIX secolo, si ricostruisce la città e la parata dei Turchi così come fu descritta da Raffaele Riviello:
“...Qui e là si stava ammuinare a vestire i Turchi che poi si radunavano innanzi la Chiesa di S. Gerardo per fare il giro, con la Nave e col Carro, intorno la città. La sfilata dei Turchi era, ed è la parte più originale, brillante o fantastica della festa popolare; quantunque abbia subito parecchio ritoccature di novità e di progresso.
Ogni turco cercava, a modo suo, d’imitare nella foggia e negli ornamenti il tipo tradizionale, e credeva di raggiungere l’intento, mettendosi addosso quanto avesse avuto di meglio in vesti, oro, nocche e fettucce: o calvaccando per lo più un mulo parato di gualdrappa, fiocchi e campanelli.
Quindi gonne bianche, mutande per calzoni, fascittelle rosse, ciarpe colorate ai fianchi, turbanti o cimieri di cartone dorato con svolazzi di piume e gala di nastri pendenti, nocche sulle braccia, grossi orecchini alla turca, sul petto una mezza bacheca di orefice, cioè: collane, stelle, spingole ed altri oggetti d’oro. Un tipo di turco alquanto strano per goffaggine e gingilli!
Erano contadini robusti di faccia abbronzata, che facevano questa figura, stando a cavallo, come impalati , con le gambe tese, una mano all’anca e nell’altra lo spadone diritto. Non movevano ciglio o labbro, quantunque nel passaggio la gente solesse bersagliarli con frizzi pungenti e con clamorose risate. Da qui trasse origine il motto; mi pare nu turc’ per indicare chi va a cavallo, a testa alta e teso o sta burbero in conversazione senza dir parola. Oggi sono ragazzini graziosi che si vestono da turchi e le mamme nulla trascurano per farli parere più belli, li accompagnano vigili e premurose, e ne godono, quando la gente ne ammira l’acconciatura e la bellezza. Quanto carezze, affinchè portino la sciabla diritta e non facciano la cascaggine!
Anche la nave non è più la barca, o tartana a vela latina; ma si è mutata in bastimento col fumaiuolo a vapore, e con boccaporti e cannoni a pittura, facendo i bracciali da marinai, e ripetendo ad ogni strambotto il capo Paranza in aria di buffone:
Allereament’, allereament’
Mo s’abbia lu bastiment’...
La sfilata è divenuta più ricca di valletti e di scudieri, ciascuno dei quali, fumando il suo sigaro alla smargiassa, porta in una mano la torcia a vent’, e con l’altra agita li sonagliere del mulo per trarre dal maggior frastuono una più spiccata noia di festa e di allegrezza.
Il Gran turco, con la barba di stoppa e la grossa e lunga pipa lisciandosi con maestà i baffi, si lascia tirare in carrozzella, seguito da una coppia di alabardieri a cavallo, i quali con la faccia tinta di nero fanno sventolare la bandiera tricolore. Il Carro con Immagine di S. Gerardo, fatto a trasparenza e illuminato da lampioncini di carta a varii colori, con ragazzi vestiti da angioli ed agitanti i turiboli, veniva e vien portato a spalla da contadini, che divotamente cioncano ad ogni fermata. Senza la nave, i turchi e il carro non si può imaginare la festa di S. Gerardo. Sarebbe toglierle il carattere di originalità e di brio popolare. E’ una usanza tradizionale e festosa, che non ha punto di confronto con altra qualsiasi della Provincia e di fuori.
Se la Nave e i Turchi, a prima impressione, sembrano una mascherata a forestieri ed ìgnoranti, il loro riso per certo non ci offende. Spetta a noi invece serbarla intatta, e ridestare lo spirito di patria con lo studio delle memorie e dei fasti cittadini, trovandovi sempre propositi d’indipendenza, virtù di popolo, e schietta fede. Passati i Turchi, la gente si riversava nella Piazza per vedere li fuochi d’artifici, preparati e posti alla meglio in quello stretto spazio, fin giù al Muraglione, ove alzavasi lu castiedd’, il grosso del fuoco; in guisa che ai lati si lasciava appena una striscia di luogo per la folla. E si dovevano sparare alla Chiazza, anche quando fu fatto il bel Largo dell’Intendenza, o Mercato, oggi Piazza della Prefettura.
Mi ricordo che nel 1848 si pensò di spararli nel Mercato, più adatto e spazioso, e già si erano messe le travi pel castello; ma i contadini, sobillati dalla gente della Chiazza, si levarono a tumulto, po’ si quietarono, se non quando, tolte le travi di là, se le portarono giubilanti a mettere in Piazza dei Sedile.
Fanatismo di tempi, giovevole a mire di polizia e di birboni.
... Chi aveva un posticino su qualche balcone o finestra della Piazza, o in una di quelle botteghe, poteva dirsi fortunato in quelle sere. Come faceva gola una sedia, un cantuccio. Era davvero il caso di valutare le espressioni popolari: Tutt ‘ vurrienn ‘ la casa a la Chiazz! Ma non tutt’ ponn’avè la casa a la Chiazza!
Così aveva termine lo spettacolo festoso della vigilia, ritirandosi la folla e le stanche bande per prepararsi alla vera festa ed alla processione del dimane”.
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Potenza
Piazza Sedile
ore 16:00
ingresso libero
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