Bosoletti - Piel de inmigrante
Arte e fotografia
“Come arrivare a casa”.
Una foto di Napoli dall’alto con il Vesuvio e il golfo.
E’ il saluto di Francisco Bosoletti (Armstrong – Argentina 1988) al suo ritorno alcuni giorni fa nella città di Parthenope.
Nel 2015 per la prima volta Bosoletti ha celebrato la bellezza della nostra città con “Le ombre di Napoli”, il murale nel Giardino Liberato di Materdei che rappresenta un viso fiero e dolce al contempo, circondato dalle mani operose di coloro che nel corso dei secoli l’hanno resa traboccante di tutto quello che, nel bene e nel male, oggi la incarna.
Uno dei miti di fondazione di Napoli vuole che la città nasca intorno alla tomba della Sirena: grazie a un’azione di “mecenatismo popolare”, come l’ha definito Tomaso Montanari, su un muro di un palazzo di Materdei Bosoletti ha dipinto Parthenope, un meraviglioso affresco di 18 metri divenuto subito il simbolo della rinascita civile dei napoletani.
Con l’associazione “il Fazzoletto di Perle”, che ha curato anche i precedenti interventi a Napoli, l’artista argentino ha questa primavera realizzato “ResisTiamo”, un’opera di grandi dimensioni sulla facciata della basilica di Santa Maria della Sanità che ha come tema la Resistenza, la Vita che grazie all’Amore lotta contro il male, le avversità, l’ingiustizia e le sofferenze che tentano di soffocarne la Luce.
Nei vicoli di Napoli è possibile ammirare anche alcune sue opere veloci, inserite in un percorso artistico dedicato. Altre ne dipingerà in occasione della sua mostra napoletana, la prima in Italia.
Il lavoro in strada è per Francisco un tentativo di prendere spazi per tutti, luoghi dimenticati a cui donare come un’anima per farli vivere attraverso le immagini.
Spesso i visi ritratti appartengono a persone che lui nemmeno conosce o vengono da foto abbandonate, dimenticate. A Napoli ce ne sono in vendita per pochi spiccioli nelle bancarelle di piazza Dante: mamme che scrivono ai figli lontani, fidanzate che attendono sospirando il ritorno degli amanti, momenti di felicità passata che non più ritorna.
E’ un lavoro molto melanconico e anche molto intimo. Una riflessione sul fatto che, come quei visi e quei muri, anche noi saremo dimenticati. Un invito a vivere liberi, senza pensieri logoranti rivolti a un futuro che sarà per tutti effimero.
“Intimidar” è il verbo per definire l’effetto che quei visi hanno su chi si ferma ad osservarli: un misto di rispetto, tensione, inquietudine, paura, malinconia, pudore per essere entrato in una dimensione così recondita.
Le opere in mostra, “piel de inmigrante”, derivano dal lavoro della strada: il colore è steso sulla tela o su altri supporti a simulare muri di edifici riprendendone una trama immaginaria; sono visi che rappresentano la perdita di identità di chi si trova nella condizione di migrante, circostanza vissuta sulla sua pelle dall’artista discendente di immigrati italiani e a sua volta ora migrante in giro per il mondo seguendo il richiamo di un muro da far rivivere. Visi un po’ distrutti di persone che una vita normale mai la sentono.