Magro, barbuto e canuto, il Prof non usa libri di testo, non ha registro né programmi e – quando non dorme accasciato sulla cattedra – si abbandona a esternazioni di ogni genere raccontando di storia, di letteratura, di cronaca, di sport e quant’altro come se avesse vissuto cento vite, e cogliendo ogni occasione per esprimere la propria visione del mondo. Zia Mina, bidella plurilaureata, con il Prof condivide trent’anni di servizio e il giudizio drasticamente critico su una scuola ormai trasformata in azienda, nella quale il tradizionale ruolo di “Maestro” del docente, inteso come modello del pensiero adulto, educatore e trasmettitore di esperienza, è sparito per cedere il passo al “tecnico” di discipline settoriali e pertanto avulse dalla Vita nel suo complesso. Al Profeta la lega il rapporto complice di chi ne ha viste di tutti i colori negli anni; per lui nutre un senso di protezione che oscilla tra la tenerezza struggente per la solitudine dell’uomo e la consapevolezza di poterlo rampognare in nome della loro profonda intesa. Gli studenti del Prof – perennemente angosciati per le sue inadempienze ma affascinati dai suoi racconti – si dimostrano capaci di correggere l’insegnante nelle sue approssimazioni; a tratti allibiti dal suo provocatorio divagare, invano tentano di porgli quesiti di natura scolastica e vengono regolarmente zittiti dai commenti caustici e surreali del Prof che tira dritto per la sua strada. Tutto questo non impedisce loro, al momento del congedo, di rendersi conto di quanto profondo sia il legame con il docente e di rimpiangerlo come un padre. Prof & Zie non è un romanzo, piuttosto un pamphlet, un divertissement serio in cui il gusto del gioco e del gioco di parole aggancia il lettore nell’inseguimento di spunti a briglia sciolta. L’uso creativo della lingua e i meccanismi in base ai quali la realtà muta continuamente i propri contorni danno al testo la totale libertà del “parlato” in una riuscitissima e grottesca fusione tra la realtà “presente” e un passato che – come il Profeta – “c’è e non c’è”.
Così, in quella ebollizione confusa che è “il suono del Tempo che va”, la scrittura persegue la mancanza di senso denunciando l’insensatezza di un “oggi” disperatamente bisognoso di una eredità di pensiero, preziosa quanto la penna stilografica di Gandhi o il leggendario pugnale dello Shah Jahan (ma “sono solo oggetti”) che il Profeta affida a zia Mina in una busta della spesa.
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