Commedia dell'Arte in un sol atto
Tratta da "La Tarantola" del marchese Francesco Albergati Capacelli
MDCCXXXIII
Editata da Roberto Trovato
Adattamento per la scena a cura di Enrico Bonavera
Lo spettacolo proposto dalla compagnia diretta da Raffaele Margiotta è l'allestimento di un interessante esperimento fatto fra il 1772 e il 1783 dal marchese Francesco Albergati Capacelli (1728-1804), che si colloca tra Goldoni, di cui era amico, e di Gozzi. Avevo trovato questo testo nel 1991 nell'Archivio di Stato di Bologna e ho avuto modo di editarlo lo scorso anno inserendolo in un volume miscellaneo sulla Commedia dell'Arte.
L'intreccio dello scenario è semplice. Tartaglia Ragagni, avaro mercante, abitante a Roma, è corso a Galatina assieme alla figlia Angiola e ai Servitori (le maschere di Brighella e Truffaldino) essendo stato informato che un fratello ivi residente è gravemente ammalato. All'arrivo però lo trova morto. Felicemente il fratello, con un testamento, ha lasciato Tartaglia erede universale di tutti i propri beni.
Ma nell'atto di aprire una cassetta contenente il denaro, Tartaglia viene punto ad una mano da uno dei ragni di cui è piena la stanza. Da quel momento soffre atrocemente: non dorme più la notte e smania di giorno.
Malfidato com'è, rifiuta però di dare alla figlia e a Brighella la chiave della camera nella quale è custodito il danaro necessario per le esigenze giornaliere. Nonostante sia avaro, per guarire ricorre al consulto di tre medici locali: Cassia, Manna e Acquafresca. che si riveleranno poi non essere altro che tre furbi Ciarlatani
Nel frattempo il giovane e ricco romano Valerio, al fine di ottenere la mano di Angiola, che lo ricambia, si fa carico segretamente dei soldi necessari per il mantenimento di Tartaglia e della sua famiglia, per il pagamento dei tre medici e le medicature occorrenti fino alla sua avvenuta guarigione.
Procurando egli i musicisti che ritualmente, secondo la tradizione popolare, guariranno il vecchio Tartaglia, e ottenuta la di lui fiducia, dichiara alla fine che prenderà in moglie Angiola senza alcuna dote. In breve questi rinuncia all'iniziale progetto di far sposare la figlia ad un anziano, disposto a sposarla senza dote e glie la concede.
Quella proposta dalla compagine di Margiotta è una farsa interessante dal punto di vista drammaturgico per l'influenza esercitata sul suo autore dalla Commedia dell'Arte. Rispetto agli omologhi testi coevi noti, anche questo vivace canovaccio utilizza pochi personaggi, divisi in innamorati ricambiati (Angiola e Valerio), aiutati dal furbo Brighella e dal balordo Truffaldino, ostacolati dalla debole opposizione di Tartaglia (che ignora l'amore della figlia per Valerio). A questi personaggi si aggiungono tre medici impostori .
Lo scenario ci restituisce la vitalità e la freschezza che i canovacci dell'Arte ancora avevano alla fine del Settecento e che conservano anche oggi.. Nel felice adattamento di Bonavera è aggiunta in maniera funzionale una servetta, Corallina.
A dispetto di un' architettura semplice, lo scenario, al pari degli altri stesi dall' Albergati, ha un andamento mosso, che lascia trasparire un limitato interesse per l'intrigo, a tutto vantaggio dell'attenzione verso situazioni mantenute su un livello di verisimiglianza. Vi è il rifiuto di tratti triviali e sguaiati, come pure di quelli troppo vistosi e ridondanti. Basti pensare al trattamento cui è sottoposta la maschera di Tartaglia che ricorda da vicino quella di Pantalone per l'avarizia, attestata dalla preoccupazione per dover sborsare dei soldi per il consulto dei medici che lui stesso ha chiamati per guarirlo e per i comportamenti mutevoli nel corso della giornata: ora vaneggia, ora è furioso e collerico. Con un esercizio come questo, di grande misura ed eleganza, Albergati offre un omaggio, affettuoso e garbato, alla declinante Commedia dell'Arte e nel contempo costruisce un gradevole e amabile intrattenimento che scorre rapido e fluido, senza sbavature e
ricorsi a inutili orpelli. Colto e intelligente, agile e convincente, questo scenario conferma la sua validità.
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