Scritto, diretto e interpretato da
Federica Lenzi
Venerdì 11 Dicembre ore 21:00 alla Masseria Jesce di Altamura (Ba) in Via Appia Antica – SP 41, km 11
Sabato 12 Dicembre ore 21:00 a La casa di Michele di Apricena (Fg) in Via Marconi 39
Domenica 13 Dicembre ore 21:00 al Giardino Diversensibile di Ariano Irpino (Av) in Contrada Valleluogo 21
LA STORIA
È forse l’ultimo grido che la memoria lancia.
Questo il punto di partenza di un lavoro che cerca di portare alla luce il cammino più nascosto di un essere umano che, naufrago in un mare di oblio, compie tentativi all’interno della memoria per non dimenticare, per non “dimenticarsi” .. per non morire.
Tentativi grotteschi, ironici, poetici, drammatici, che man mano segnano un percorso, disegnano una strada unica e personale, dipingono un mondo profondamente intimo, quasi onirico, all’interno del quale diversi linguaggi (musicale, verbale, corporeo) si alternano e si fondono dando vita ad azioni, riflessioni, immagini.
In tutto questo universo giocato su disequilibri e contrasti, un’inevitabile e, forse ricercata, solitudine pone l’accento sulla bellezza dell’incontro, dello scambio, nella speranza che il personale possa aprirsi .. nella condivisione di almeno un canto .. in tanto silenzio …
RECENSIONE
Lo spettacolo si apre con un canto nelle tenebre, per poi chiudersi sotto le note d’una canzone dolce, luminosa. È tra questi due poli che si svolge la vicenda di una donna/ragazza/bambina che vive l’atto teatrale come un’ elaborazione del proprio vissuto. Una scena su cui troneggia, contenitore del mondo, della morte e della trasformazione, una grossa custodia di violoncello. Attorno ruotano altri elementi: due cappotti, un paio di scarpe, un cappello, una bottiglia, un quaderno, una maschera, fiori e foglie secche. Momenti colloquiali con lo spettatore, volti alla riflessione sul significato delle parole, dei propri percorsi e del senso ultimo d’una scelta, vengono alternati ad istanti di partiture fisiche dense d’immagini e di simboli. Particolarmente belli sono i momenti più scarni, come la sequenza con la bottiglia, dove l’attrice senza usare altro che il rapporto con l’oggetto evoca una figura tormentata e violenta, piegata dal peso d’ogni sorso, pronta ad azzannare/baciare il vetro vuoto. Questa creatura che ride di sé fino all’annientamento, che s’incurva e barcolla, implorante soccorso e perdono, è certamente uno degli elementi più indimenticabili di tutto lo spettacolo. Un’altra sequenza molto trascinante e riuscita, è un elenco di parole che incalza sotto la sferza d’un tamburello di sottofondo. Parole che si oppongono, si attraggono, cadono e si rialzano, parole piccole e grandi che vogliono racchiudere in sé l’intero teatro del mondo e della storia. L’attrice sembra danzarle una per una, come se il corpo fosse travolto dal ricordo che esse evocano al passaggio. È dunque uno spettacolo volto al passato ed al riscatto di quest’ultimo, quello che Federica Lenzi ci offre, e noi spettatori siamo felici di poterlo accogliere nel nostro cuore e nella nostra mente.
Daniele Bernardi
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