Vita Mea
Teatro
VITA MEA per la prima volta, è messo in scena, al Teatro Quirino di Roma, dalla Compagnia di prosa del grande Ruggero Ruggeri. L’opera teatrale in tre atti, scritta nel 1947 e pubblicata da Mondadori, non è altro che la rappresentazione dell’umana miseria morale ed economica ed è ambientata nella capitale, agli inizi del 1950. L’autore, come è il suo stile, descrive situazioni torbide o dolorose della vita borghese e specialmente, dell’intimità familiare che vanno sempre, verso una finale affermazione dei valori positivi della vita.
Viola ha voluto contrapporre la mentalità di due generazioni: quella di un padre, Federico Manassìa, ottocentista, integerrimo Presidente di Cassazione, deciso a rinunciare all’eredità di una cospicua fortuna, lasciatagli dal fratello Carlo e quella dei suoi figli, Fausto e Laura, novecentista, più moderna e più pratica. I due giovani, non condividono la scelta del padre e, pur esitando, finiscono col piegarsi al prepotente imperativo della vita: in fondo si tratta di beni mobili ed immobili. Dopo una settimana di silenzio, la lettura del testamento, avviene alla sola presenza di Zappalà, amico fidato e collega. Federico è tormentato, pretende che sia proprio lui ad aprire quella busta che da giorni non gli dà pace, e a leggere quelle poche righe, quando, da Milano, giunge la signora Scossi, persona di fiducia del caro estinto.
Federico avvilito, dopo un lungo silenzio, rivela alla famiglia il motivo del suo sconforto, della sua angoscia e chiede comprensione. I ragazzi però vogliono capire, vogliono sapere a cosa stanno per rinunciare e decidono di fare un sopralluogo a Milano, dove lo zio Carlo viveva, nel lusso del suo appartamento, tra mobili di pregio, opere d’arte e quadri di insigni pittori.
Isabella, moglie e madre, è una donna pratica, per tutta la vita, ha portato avanti i conti della spesa, ha risparmiato sempre; senza fiatare, ha seguito il marito come un’ombra, ha accettato ogni sua decisione, ma questa volta, sarà d’accordo con Federico o asseconderà i suoi figli? E zia Argentina, sorella di Federico?
[ beh! Zia Argentina è un pesce secco].
Ma cosa sarebbe successo, si chiede l’autore, se l’eredità invece che ai giovani novecentisti, fosse toccata ai due fratelli Manassìa, al tempo della loro gioventù? Quale linguaggio avrebbero usato? Quale posizione avrebbero assunto di fronte al caso?
E ancora, quale decisione prenderemmo noi, genitori d’oggi, se ci trovassimo nelle stesse condizioni, di Federico? Quale sarebbe la reazione dei nostri figli?
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Taranto
Teatro Padre Turoldo
via laclos
ore 21,00
ingresso a pagamento
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