Otranto 1480 di Vito Bianchi
Incontri culturali
G. A. "Valle d'Itria" Onlus, Calib Libreria Caffè e l'Amministrazione Comunale di Cisternino
Vi invitano
Mercoledì 10 Agosto 2016 alle ore 21:00
presso la Chiesa S. Maria di Costantinopoli ( l'ex cimitero vecchio di Cisternino in Via Martina Franca)
all'incontro con Vito Bianchi, che presenterà il suo ultimo lavoro:
Otranto 1480 il sultano, la strage, la conquista; edito GLF Editori Laterza.
Durante la serata ci sarà il saluto dall'assessore alla cultura Giovanna Curci.
Per allietare la serata, Massimo Zaccaria leggerà passi tratti dal libro.
A seguire dibattito e interventi dal pubblico.
Il libro:
OTRANTO 1480
La spedizione di un sultano alla conquista dell'Italia
Otranto 1480
Un racconto puntuale e avvincente della spedizione di un sultano alla conquista dell’Italia: spie, veleni, trame oscure si intrecciano per condurre a una guerra terribile, che rovescerà tutta la sua violenza su una popolazione ignara degli intrighi, ingannata da coloro cui era fedele e, per questo, massacrata. Questo è Otranto 1480, il nuovo libro di Vito Bianchi. Di seguito, un breve estratto.
"Con la primavera, decine e decine di scafi erano salpati dalle sponde del Mar di Marmara. Viaggiavano compatti. I loro alberi puntavano il cielo. I loro remi facevano ribollire il mare di schiuma: la flotta militare ottomana muoveva tutta insieme, all'unisono, come un enorme mostro dalle mille braccia che avanzava imperioso, potente, deciso a ingoiare i lembi di terre mediterranee che erano fin lì sfuggiti alla voracità del sultanato. La grandiosità di un simile spettacolo era, insieme, strumento di potere e di propaganda. Esprimeva per intero la magnificenza di uno Stato in perenne e irrefrenabile espansione, che dalla presa di Costantinopoli del 1453 aveva inaugurato e coltivato una propria talassocrazia, senza accontentarsi di ridimensionare la secolare egemonia marittima che i Veneziani e i Genovesi avevano instaurato fra il Mediterraneo orientale e il Mar Nero.
Nei cantieri navali di Gallipoli, sullo Stretto dei Dardanelli, e nel nuovo arsenale di Galata, più a ridosso della capitale, per mesi avevano dovuto lavorare a ritmi serratissimi maestri d’ascia e falegnami ordinari, costruttori di remi e fabbricanti di carrucole, e calafati, fabbri, verniciatori, funai, costretti tutti quanti a impastare la salsedine nelle narici con gli odori ristagnanti del bitume, della biacca, del ferro, del legname, del bronzo, delle vernici, del cordame e della polvere da sparo, nell'andirivieni dei capitani che sorvegliavano, sollecitavano, impartivano ordini, sommavano le loro urla al fragore di un’industria forsennata, modellata sull'impellenza dei bisogni, e dei sogni, di Maometto II. Il risultato di tanto furore era stato mastodontico e maestoso. In testa al gigantesco naviglio stavano le imbarcazioni, tirate a lucido, dei comandanti di squadra, quelle più voluminose e più stabili, dalle poppe ingrossate e rischiarate nottetempo con la luce di grandi fanali che indicavano la rotta a chi seguiva. Dietro venivano le galere sottili in assetto da combattimento, agili macchine d’assalto, coi fianchi inzeppati di rematori disposti a tre a tre su ciascuno dei venti-venticinque banchi allineati lungo i due lati.
Ore su ore, gomito a gomito, carne contro carne: dalla promiscuità esalavano sudore, bestemmie, puzza, sguardi induriti per lo sforzo e i patimenti. Coloro che remavano dovevano cercare di sopravvivere agli strapazzi, al cattivo nutrimento, alla peste latente e alle altre malattie serpeggianti fra la ciurma. E comunque la gerarchia del comando, fra ufficiali e subalterni, garantiva la massima precisione alle manovre nautiche che i marinai più esperti si incaricavano di eseguire districandosi fra vogatori, onde, vele, urla e timoni. Negli spazi contingentati delle imbarcazioni si addensavano le truppe da sbarco dei giannizzeri, dei cavalieri feudali e della fanteria, e insieme a loro viaggiava un assortimento di armamenti pesanti e leggeri. Le salmerie erano distribuite fra fuste, galeotte e maone che incedevano di rincalzo cariche di artiglieria, e dai cui legni si levavano i nitriti dei cavalli innervositi dalle fluttuazioni, talora improvvise, delle carene. Sottocoperta erano stati accuratamente stivati il biscotto, i sacchi di fave e riso, le botti di acqua, olio e aceto, le casse di aglio e cipolla che avrebbero costituito la base del vettovagliamento nei lunghi giorni della traversata, almeno fino a che non fosse stata toccata o conquistata una località da cui attingere derrate più fresche. Gli scricchiolii del fasciame che fendeva il mare sulle prue, e i gemiti degli scalmi rincordati che sottolineavano ogni passaggio subacqueo dei remi erano la colonna sonora sulla rotta di una guerra che sarebbe divampata nel pieno dell’estate mediterranea: del resto, davvero le proporzioni del naviglio e il carico traboccante di milizie non lasciavano dubbi. In pochi, però, conoscevano gli obiettivi reali dell’imponente intrapresa, a evitare che trapelassero indicazioni tali da sollecitare o agevolare le difese del nemico. Fino all'ultimo si sarebbe dovuto tenere nascosto il progetto concepito da Maometto II, che prevedeva di sdoppiare la traiettoria della flotta ottomana e di aprire, pressoché in contemporanea, due nuovi fronti bellici. Fra quei pochi che sapevano, c’era il doge.
Sulle vere intenzioni dei Turchi erano giunte a Venezia notizie assolutamente di prima mano, e assolutamente puntuali: il bailo della Serenissima a Istanbul, l’ormai settantacinquenne Battista Gritti, mercante di lungo corso e all’occorrenza – di quando in quando – abile politico, oltre a poter contare sulla consumata perizia che gli derivava dall’età avanzata e dalla pluriennale frequentazione del sultanato per gli affari di famiglia, dal settembre del 1479 era stato inviato sul Corno d’Oro con Gentile Bellini. Aveva, dunque, con il ritrattista dei dogi e del sultano, una confidenza particolare, da concittadino palpitante per la comune causa veneziana, da veneziano operante nella condivisa e delicata missione di tutelare la Repubblica di San Marco. E dal pittore, che agiva nel fulcro del potere ottomano, che al Topkapi spandeva colori e raccoglieva umori e rumori di palazzo, il bailo era stato verosimilmente edotto sui propositi dell’imperatore, sugli obiettivi imminenti, sulle reali iniziative militari che, peraltro, il Fatih era stato costretto a demandare a dei subordinati. L’inguaribile, stramaledetta tumescenza corporale, l’incessante e lancinante podagra gli impediva di prendere decisamente in mano le redini della spedizione e di mantenere la consueta, strategica oscurità sulle mosse da compiere. La necessità di rivelarne i dettagli ai generali che lo avrebbero surrogato al comando delle operazioni s’era tradotta in una rottura forzata del riserbo, in uno sfaldamento del segreto sfilacciatosi nei mille rivoli del chiacchiericcio, dei sussurri, delle mezze frasi pronunciate da dignitari e accoliti fra i padiglioni, lustri di maioliche e seta fluttuante, della dimora imperiale.
Da Istanbul, l’informazione aveva quindi fatto presto a riverberarsi in Laguna: già alla fine di marzo del 1480, il governo marciano era perfettamente al corrente dei piani degli Ottomani, e si era predisposto a pararne gli eventuali urti. In quei giorni, infatti, Giovanni Mocenigo, dall’alto della sua autorità dogale (così tanto incline agli equilibrismi), aveva intimato al capitano generale della flotta venetica nell’Adriatico di tenersi in massima allerta e di calibrare qualsiasi intervento sulle mosse dei Turchi: se questi si fossero indirizzati alla volta di Rodi, la raccomandazione era che li si lasciasse fare, senza impicciarsi, rimettendo ad altri il compito di ostacolarli; se avessero fatto rotta sulla Puglia, «dove la pare che sia el suo designo de andare», e soprattutto nel caso in cui l’offensiva del gran comandante Gedik Ahmed Pascià fosse partita da Valona, parimenti si sarebbe dovuto mantenere il campo libero, evitando di intralciare la rotta del convoglio ottomano. Soltanto qualora l’attacco fosse stato espressamente rivolto ai possedimenti veneziani, l’ammiraglio aveva l’ordine di reagire: allora sì che avrebbe dovuto opporsi agli invasori con tutte le sue forze, e sarebbe stato ulteriormente soccorso da una batteria di nuovissime galere, alle quali si stava lavorando a pieno ritmo nell’arsenale del sestiere di Castello. A Venezia, pertanto, era netta la percezione che gli obiettivi imminenti di Maometto II non fossero limitati all’invasione delle Puglie – come del resto annunciato dalle recentissime ambasciate ottomane – ma mirassero pure alla conquista del tenace presidio rodiota: quello che, da centosettant’anni, era ostinatamente difeso dagli orgogliosi combattenti dell’Ordine di San Giovanni."
Vito Bianchi, Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista
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Cisternino (Brindisi)
Chiesa S. Maria di Costantinopoli - Ex Cimitero vecchio in Via Martina Franca
ore 21:00
ingresso libero
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