Lo scrittore Mario Desiati legge le opere di Alessandro Leogrande, prematuramente scomparso poco più di un anno fa. Lo scrittore dialogherà con Maria Sofia Sabato. L'evento è organizzato dall'Associazione Luminares, nell'ambito delle manifestazioni promosse dal Comune di Noci per la Giornata della Memoria.
Nella prefazione a SE QUESTO E’ UN UOMO, Primo Levi scrive: “…questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”.
Questo breve testo contiene i temi che qui ci proponiamo di affrontare:
- Il sinistro segnale di pericolo che non è mai stato, da allora, così potente, come in questo momento storico di grandi migrazioni e di grandi rifiuti della pratica della solidarietà.
- Il piano inclinato del ‘ogni straniero è nemico’ che scivola verso il baratro della discriminazione e segregazione dell’altro diverso da me, una segregazione che parte già nella città, non più luogo di inclusione di tutti gli abitanti, ma luogo di creazione di spazi chiusi, di microcosmi culturali, di ghetti che hanno la funzione di rassicurare i cittadini ‘legittimi’: lo straniero è rinchiuso nel suo ghetto e non si mescola con noi.
- L’infezione latente che oggi si manifesta sempre più purulenta e contagiosa e sempre più organizzata in forma di sistema: i singoli episodi di rifiuto di accoglienza, gli atti saltuari e incoordinati, diventano cavallo di battaglia di alcune forze politiche che li supportano e fomentano, per il momento - ma per quanto ancora? - in maniera non istituzionale e non legittimata dalla legge.
IL TEMPO CHE RESTA è, allora, il tempo taumaturgico della memoria. La memoria di ciò che è stato resta in tutta la sua potenza, ed orienta le scelte future, se il suo messaggio è efficace. Efficace è, allora, ripetere all’infinito e a voce alta le parole dei testimoni di ciò che è avvenuto nel passato. La potenza del messaggio irrompe dalle parole delle vittime o dei carnefici, dalla compartecipazione emotiva della storia dei singoli individui, dalla rilettura di quelle pagine della storia umana che oggi sembrano, purtroppo, in qualche modo, erompere nel nostro presente e dalla rievocazione delle atmosfere musicali generate da quelle esperienze.
Il TEMPO CHE RESTA è, anche e programmaticamente, il tempo che CI resta per pensare e mettere in atto una CURA per tale infezione, una cura che possa mettere al riparo dalle aberrazioni dei tanti genocidi perpetrati nel passato che possono ancora accadere, il tempo che resta all’umanità per recuperare, se un recupero è ancora possibile, una sua dignità perduta e per redimersi, se una redenzione è ancora possibile.
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