Concerto del Quartetto Prometeo
Classica e Lirica
La XII Stagione musicale dell’Accademia dei Cameristi si inaugura con un omaggio a Robert Schumann, nella ricorrenza del secondo centenario della sua nascita: i suoi Tre Quartetti op. 41 costituiscono il punto più avanzato di riflessione formale e realizzazione creativa nel campo della musica da camera per soli archi, dopo il contributo musicale ed artistico offerto dai diciotto quartetti di Beethoven. Fin dalla fine degli anni ’30 dell’Ottocento Schumann sentì opportunamente giunto il momento per un suo diretto impegno nel versante della scrittura quartettistica. Iniziò per lui così sia una fase di intenso e proficuo studio del contrappunto e dei procedimenti tecnici della fuga sia di lettura e approfondimento delle opere per quartetto di Haydn e Mozart, “splendidi frutti
che non si possono ignorare così facilmente” (secondo una locuzione dello stesso Schumann).
Ad esse seguì una folgorazione per le consimili produzioni di Beethoven. Ma il giovane Mendelssohn di già evocò, con il suo Quartetto in la min. op. 13 (1827), il padre spirituale del quartetto (il maestro di Bonn era appena (comparso!). Esattamente dopo un decennio, nel 1837/38, Schumann apprezzò in modo speciale la nuova fatica di Mendelssohn, i Tre Quartetti op. 44, per alcuni sicuramente influenti sull’ispirazione di Robert. In un arco di tempo relativamente breve (dai primi giorni di giugno fino al 22 luglio 1842) il trittico op. 41 poté definirsi completo secondo un progetto improntato a criteri di unitarietà (l’arco tonale ristretto ad un intervallo di terza fra le tonalità di fa maggiore e la minore/maggiore) e varietà (la tipologia delle tecniche tematiche e di elaborazione tenta la deviazione dal modello classico della forma-sonata, viene alterata la rigida disposizione degli andamenti con spostamento dello Scherzo in seconda posizione,
frequente è l’uso della variazione come modalità di trasformazione di un tema). Le tre opere furono ovviamente dedicate all’amico Felix Mendelssohn: egli lodò la fattura complessiva delle composizioni confidando le sue impressioni favorevoli a Moscheles.
Con l’op. 41 Schumann archiviò la sua avventura nel campo del quartetto. Da quel momento in poi non seguirono più opere di quel tipo: l’impegno compositivo di Schumann sarebbe proseguito con organici cameristici comprendenti il pianoforte. Il tono generale delle tre composizioni è prevalentemente quello lirico ed intimistico: sembra imporsi il profilo di Eusebio, il sognante e nostalgico alter-ego di Schumann. Non mancano tratti decisamente appassionati ed incisivi accanto ad altri di gioiosa effusività, parti di un tutto coerente. Altro elemento di sicura presa è quello delle citazioni e reminiscenze: da
Marschner a Schubert, dal Beethoven della Nona Sinfonia e della Sonata per pianoforte op. 31 oltre che del Quartetto op. 127 a melodie derivate da proprie opere. L’uso della citazione viene a configurare un segnale forte di atmosfere espressive e di legami mai recisi con un radioso passato. Quanto le generazioni di artisti di poco precedenti rappresentassero “un modello supremo di umana grandezza” (il riferimento letterale di
Schumann è evidentemente Beethoven) appare con chiarezza ad un primo ed immediato ascolto: nei tre Quartetti l’ombra protettiva del maestro proto-romantico avvolge beneficamente l’intero percorso narrativo e sonoro. D’altronde ancora in un altro passo attribuito a Schumann si coglie la sua predilezione per un repertorio poco diffuso presso il pubblico dell’epoca e pertanto più interessante ai fini della maturazione di una coscienza artistica più decisamente anti-conservatrice: “E’ giusto aver riguardo per quella parte del pubblico che preferisce le cristalline, magistrali creazioni di Haydn e Mozart; ma anche per quell’altra parte che tiene in grande onore Beethoven, anzi lui più di tutti.
Ad ogni modo buoni dilettanti possono suonare abbastanza bene i quartetti di Haydn e di
Mozart, quelli di Beethoven esigono già suonatori esperti e non se ne possono avere sempre quattro insieme…”. Ed ancora la sensibilità così densa ed interiormente sofferta evocata dallo stesso Beethoven soprattutto nei suoi ultimi Quartetti richiede a detta di Schumann quasi una cerchia elitaria di ascoltatori, visto che “il mondo ancora conosce a malapena e che forniscono materia di riflessione ancora per anni ed anni”. Pur tenendo conto della complessa compenetrazione fra elementi costruttivi del genere (conduzione
delle parti, rilievo dei temi ed elaborazione del materiale, disposizione dei movimenti) e fantasia melodica e ritmica i Tre Quartetti op. 41 sono caratterizzati da una sorprendente freschezza (soprattutto il secondo rispetto al primo), mentre il tono più malinconico e di profonda solitudine pervade il terzo, con in rilievo lo splendido Adagio molto.
I frequenti scarti di andamento, l’intensa cantabilità dei temi affidata al primo violino ed al violoncello, il vivace impulso dinamico impresso ai movimenti veloci contribuiscono a rendere davvero interessante l’opportunità di ascoltarli in successione: un affresco sonoro che rende giustizia di tanta inciviltà diffusa e di tanto cattivo gusto, un’oasi di concentrazione emotiva da sottoscrivere in buona compagnia dello stesso Schumann che, a proposito dei Quartetti dei tre grandi, opportunamente annotò nel 1842: “Beethoven, che lottò fino all’ultimo respiro, è per noi modello supremo di umana grandezza; ma anche nei giardini di Mozart e Haydn si trovano alberi carichi di splendidi frutti che non si possono ignorare così facilmente: negarsi questo edificante godimento significa farlo a proprio danno, e comunque verrà un giorno in cui, dopo aver cercato inutilmente nel mondo altri alberi da frutto, si finirà per tornare a quelli - ma ormai troppo tardi e spesso con un cuore freddo che non sa più godere, o con mani tremanti che non sanno più plasmare”.
Abbonamento intero € 70
Abbonamento ridotto € 50 e 40
|
Bari
Auditorium La Vallisa
Piazza del Ferrarese 4
ore 20.30
ingresso a pagamento
|
| |
|
|
letto
514 volte