GIOVEDI' 5 SETTEMBRE RITORNA L'ATTESISSIMO CINEMA AL CASTELLO
IN PROGRAMMA: 127 ORE
Pare che dopo gli otto premi Oscar conquistati dal suo The
Millionaire (tra cui quelli per il miglior film, sceneggiatura non
originale e regia), a Danny Boyle abbiano offerto di dirigere
praticamente di tutto. In realtà, più che i premi, alle major di
Hollywood non erano sfuggiti i 377 milioni di dollari d’incasso, un
risultato straordinario se si considera che la pellicola era costata
soltanto 15 milioni e non aveva pretese di cassetta. Ma il regista
inglese ha resistito al canto ammaliante delle grandi produzioni, ed ha
scelto di dedicarsi ad un progetto che stimolasse il suo appetito
intellettuale, e non solo quello commerciale. Morale della favola:
nuova sfida artistica (impossibile), ed altro film indipendente dal
budget ridotto (questa volta i milioni sono “addirittura” 18!), ma dall’
indiscutibile fascino narrativo. L’attenzione è ricaduta sul libro
autobiografico Between a rock and a hard place di Aron Ralston, un
giovane ingegnere meccanico statunitense amante del trekking. È fin
troppo evidente che questa “odissea nel crepaccio” rappresenti una
straordinaria parabola sull’istinto di sopravvivenza dell’uomo, sulla
capacità di sfruttare ogni minima risorsa nell’ancestrale lotta contro
una natura, materna e al tempo stesso crudele. Per Boyle la drammatica
vicenda di Ralston si traduce - anche - in un lento percorso d’auto
analisi che, progressivamente, assume i toni di una riflessione sulla
relatività del tempo. Di fronte ad una vicenda cinematograficamente non
facile da raccontare per la sua particolare condizione statica, il
regista inglese ne approfitta per scavare nella mente di un uomo
comune. Finito nel “casino più grande della sua vita”, Aron ha l’
occasione di ripensare alla sua intera esistenza imperfetta, ma non per
questo decide di rinnegarla, né tanto meno di redimersi. Tutto questo
Boyle lo racconta con un coinvolgimento emotivo in crescendo, evitando
però di scadere nel facile sentimentalismo. Apparentemente più adatta
ad essere raccontata dal mezzo televisivo attraverso un documentario o
un talk show (come effettivamente già accaduto per merito dell’
americana NBC), l’esperienza estrema di Ralston viene ri-immaginata da
Boyle sfruttando tutte le potenzialità del cinema. Parafrasando il
famoso adagio di Maometto e la montagna: dato che il protagonista è
fermo, ci pensa Boyle con la sua regia a creare azione e movimento,
attraverso soluzioni visionarie (rallenti, accelerazioni, panoramiche
che si concludono con soggettive vertiginose), e scelte di montaggio a
tratti anche azzardate. Ma lo fa con un pudore che è sempre più raro
trovare nel cinema contemporaneo. Quello a buon mercato, ormai
tristemente simile alle bancarelle che vendono coltellini svizzeri,
rigorosamente made in China.
Guido Gentile
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