Una amicizia, un carteggio, una vocazione condivisa. Per il paesaggio, per la pittura, per la trascrizione dei moti della terra in palpiti di colore. Il progetto inedito, varato dal
Museo MAN di Nuoro, mira a ricostruire per la prima volta il lascito ideale che
Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), padre nobile del divisionismo italiano, consegnò ad
Antonio Ballero (1864-1932), grande artista sardo che, a cavallo fra passato e progresso, traghettò una pittura intrisa ancora di istanze realiste verso i modi sperimentali del divisionismo, veicolando la cultura tardo romantica dominante nel panorama dell’isola in direzione di una ricerca scientifica sul colore sposata a una narrazione cangiante del percepito. Stringendo un legame affettuoso con Pellizza da Volpedo, interrotto dalla tragica morte di quest’ultimo, Antonio Ballero contribuì fortemente ad aprire la Sardegna alle indagini su quel nuovo linguaggio della pittura e sulle teorie del colore “diviso”, protagonisti del dibattito nazionale e internazionale. Fu merito della lezione di Pellizza da Volpedo e dello scambio intellettuale che ne nacque, se Ballero giunse a ritagliarsi un ruolo da capofila nell’evoluzione della ricerca artistica sull’isola, entrata grazie a lui a pieno titolo nell’attualità della querelle che si agitava in continente.
Il progetto, curato da
Chiara Gatti e coordinato da
Rita Moro, con la consulenza scientifica di
Gabriella Belli, massima studiosa del Divisionismo italiano, porrà in stretta relazione gli esiti del maestro sardo con gli stimoli ricevuti dal rapporto privilegiato con Pellizza da Volpedo, testimoniati da un confronto iconografico e dalle lettere datate fra il 1904 e il 1907 che documentano i contatti e la vivacità del dialogo. Due quadri di Ballero, esposti nella
Cinquantunesima Esposizione della Società delle Belle Arti di Genova (1904), furono lodati da Pellizza al pari di una vera “rivelazione”, come Pellizza stesso confessò al maestro sardo in una missiva dello stesso anno. Merito di questa vicinanza ideale e di tale dichiarazione di stima se la ricerca espressiva e formale di Ballero imboccò la strada di una maturazione estetica venata anche di nuovi e più potenti contenuti sociali.
Antonio Ballero era emerso a Sassari all’
Esposizione Artistica Sarda (1896), ma non tardò a segnalarsi per la sua statura di livello nazionale, superando rapidamente il verismo macchiaiolo e il sentimentalismo di alcuni soggetti agresti, e guardando con piena maturità alla svolta divisionista e alla complessa concezione della luce e del colore, da affrontare con il metodo scientifico del dipingere, che gli valse quell’incoraggiante plauso di Pellizza da Volpedo. Già
Salvatore Farina, grande scrittore sperimentale, riconobbe il passo avanti compiuto da Ballero nel mondo dell’arte e ne paragonò gli esiti alle riflessioni di
Giovanni Segantini, al suo equilibrio lirico fra realismo e simbolismo.
Il legame con
Grazia Deledda e il sodalizio con
Francesco Ciusa, oltre all’amicizia in continente con
Leonardo Bazzaro e
Carlo Fornara, accentuarono la vocazione di Ballero per questo sentire e narrare l’esistenza diuturna degli umili. Le sue figure dignitose, solenni e fragili al cospetto del cosmo, abitano orizzonti rurali dove il senso profondo di verità delle cose si sublima in una attesa senza tempo. “La fierezza olimpica dei pastori erranti tra le boscaglie, l'impeto di una corsa di cavalli, le movenze flessuose e festanti di un ballo tondo”: così Ballero affondava nella descrizione dei suoi soggetti, aggrappati alla tradizione della sua terra ma proiettati nell’assoluto. Il passaggio radicale da opere come
Paesaggio con alberi (1890) a tele come
Mattino di Marzo (1903) dimostra chiaramente la svolta del maestro sardo, dalle influenze giovanili di Corot e il tonalismo a una pittura fatta di piccole tacche, complementarietà dei colori e coralità d’azione dei personaggi.
Pellizza da Volpedo, quattro anni più giovane di Ballero, ma già al centro della vita artistica nazionale, condivise con il collega nuorese i suoi pensieri sul paesaggio, sullo spirito di verità e sulla capacità di osservazione necessaria per tradurre l’esistenza in immagine. Avvicinare due autori in un percorso che ne testimoni i punti di contatto significa valorizzare il lascito di Pellizza e come Ballero seppe rigenerarlo alla luce di una cultura diversa, aspra e introversa come quella della sua terra.
La stessa genesi dei quadri di Pellizza, gli scenari di quotidianità campestre dolorosi ma mistici, aiuta a comprendere la crescita di Ballero e il suo affacciarsi a una rinnovata poetica del quotidiano. La lezione gli venne dai prati della pieve di Volpedo, dove si consumava il celebre
Idillio primaverile con il girotondo dei bambini; allegoria dell'infanzia e del tempo che scorre, destinata a ritornare nelle tele dell’artista sardo.
Il destino degli umili e
l’arte in funzione sociale sono temi dominanti del percorso espositivo, che esplora la crescita artistica di Antonio Ballero attraverso le sue opere e il legame con Pellizza da Volpedo.
Web:
www.museoman.it/