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Il 43° Festival della Valle d'Itria inaugurato lo scorso 14 luglio con l'Orlando Furioso, progetto che mira ad esaltare il Vivaldi operista

Il 43° Festival della Valle d'Itria inaugurato lo scorso 14 luglio con l'Orlando Furioso, progetto che mira ad esaltare il Vivaldi operista
Lo scorso 14 luglio, il 43° Festival della Valle d’Itria, ha inaugurato con l’Orlando Furioso di Antonio Vivaldi. Nonostante l’incertezza pomeridiana a causa di un inaspettato temporale estivo, la prima opera è andata in scena regolarmente, anche se con una mezz’oretta di ritardo, per dar modo di riaccordare gli strumenti della preziosissima orchestra de I Barocchisti guidata magistralmente dal Mastro Concertatore Diego Fasolis. Alla regia Fabio Ceresa, che ritorna a Palazzo Ducale, dopo aver collezionato una serie di successi nazionali e non, consegnando al pubblico della Valle d’Itria uno spettacolo assolutamente riuscito. Infatti, le scenografie incantate di Massimo Checchetto, che si alternano con meccanismi barocchi tra il Regno di Alcina e la Luna, si intrecciano ottimamente ai preziosi costumi di Giuseppe Palella, alle coreografie di Riccardo Olivier per i danzatori della Fattoria Vittadini e alle doti belcantistiche del coro, diretto da Ferdinando Sulla, e di tutti i protagonisti: in primis Sonia Prina nel ruolo en travesti di Orlando e Lucia Cirillo splendidamente Alcina, fino alla ex allieva dell’Accademia Celletti, Michela Antenucci, passando per Luigi Schifano subentrato al ruolo di Ruggiero solo pochi giorni prima del debutto, ma senza dimenticare Loriana Castellano, Konstantin Derri e Riccardo Novaro, rispettivamente Bradamante, Medoro e Astolfo.


Dalle note di regia
Non esiste un’opera settecentesca che riassuma in sé tutta la poetica della meraviglia barocca meglio dell’Orlando furioso. Isole fatate, animali volanti, donne guerriere, cavalieri invincibili; e ancora maghe crudeli, ltri d’amore, urne magiche, grotte segrete: non manca nulla nel caleidoscopico libretto di Grazio Braccioli. Condensare in tre atti soltanto l’inesauribile miniera di trame del poema di Ludovico Ariosto non dev’essere stata un’impresa facile. L’episodio della maga Alcina, che nel Furioso occupa appena due canti (il sesto e il settimo) viene dilatato dal librettista in un’arcata che abbraccia tre ore di musica, e che comprende personaggi e sottotrame di altri canti: la fuga di Angelica e il suo amore per Medoro, la parabola di Astolfo, le relazioni complicate di Ruggiero e Bradamante, la follia e il rinsavimento di Orlando.
La reggia dei piaceri di Alcina, d’altro canto, era un luogo troppo affascinante per non farne lo sfondo ideale alle peripezie dei nostri personaggi. Da Circe e Calipso no ad Ersilla e Armida, il topos della maga che incanta i cavalieri erranti e li lega a sé con un guinzaglio d’amore ha ispirato poeti, artisti e musicisti per più di due millenni. Né la maga dimentica di ricordarci di quale pasta sia fatta: “se avessi un solo amante / fra le donne sarei donna volgare” commenta soddisfatta prima dell’arrivo di Ruggiero. La sua sensualità prepotente, esuberante, l’insaziabile fame di passione ne fa l’archetipo della grande madre. Il suo trono e quello su cui siede Venere nell’Olimpo sono fabbricati con lo stesso metallo. Così i malcapitati che le capitano a tiro vengono sedotti da una brama di sicità che non trova fine: al loro collo, siano uomini o donne, viene apposto un collare che ne segna il possesso esclusivo, l’appartenenza al mondo magico di Alcina. Nella sua corte dorata e decadente vivono giovani schiavi d’amore sempre pronti a soddisfare ogni sua voglia, quasi fossero estensioni fisiche della sua incontenibile fame. La passionalità della maga è tanto più interessante se confrontata al personaggio di Orlando. Oscuro cavaliere citato attorno al 1100 nella Chanson de Roland, il paladino di Carlo Magno si è fatto largo nella tradizione italiana che, oltre ad averne stabilito i natali ad Imola, l’ha trasformato nel personaggio di gran lunga più apprezzato della letteratura del tempo. Specificandone, oltretutto, il carattere, la
www.vogliadivincere.it. Da figura austeramente esemplare, Orlando viene reso via via un vero fanatico della castità: nello Pseudo-Turpino si sottolinea come non abbia mai avvicinato una donna, nemmeno sua moglie. Puro come un cavaliere templare o un samurai, Orlando è del tutto insensibile al richiamo della passione. Campione di raziocinio e riflessività, è un guerriero galante che salva le fanciulle dai draghi senza chiedere in cambio nemmeno un bacio. Da un lato, quindi, la sfrenata pansessualità di Alcina: al lato opposto, l’impenetrabile castità di Orlando, al cui collo la maga non riuscirà a chiudere il collare per legarlo a sé. È questa la direzione in cui abbiamo voluto spingerci nel tratteggiare Orlando: un personaggio dalla fisicità scomoda e imbarazzata, che non ama contatti fisici né tantomeno scambi di effusioni, neppure dalla propria cugina Bradamante o addirittura dalla bellissima Angelica, di cui pure è innamorato[...]



Ceresa si riconferma, dunque, maestro di sinergie, mettendo insieme uno spettacolo imponente e sontuoso, ma mai pretenzioso, nonostante la trama voluminosa e avviluppata del libretto di Grazio Braccioli, ispirato all'omonimo poema epico di Ludovico Ariosto (proprio nel 2016 ha celebrato il cinquecentenario), e che mette in luce quel Vivaldi operista, spesso, a torto, dimenticato. Nell’Orlando sono gli intrecci amorosi e i sortilegi di Alcina che influenzano le battaglie e la sorte dei cavalieri; è la passione per Angelica che fa perdere il senno ad Orlando, recuperato poi da Astolfo a cavallo di un Ippogrifo, perché in amor e guerra tutto è possibile e come diceva il sommo poeta è “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.
Il 31 luglio si replica.

Angela Maria Centrone

SCRITTO DA angela il 09/08/2017

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