
Locale gremito, atmosfera calda, aspettativa palpabile a Spazioporto, domenica sera poco dopo le 22, nella sala si sente la voce di Gianni “Gion Uein” Raimondi che invita il pubblico ad aprirsi “come le acque del Mar Rosso” per far passare la band. I musicisti sorridenti attraversano la folla, un ingresso inusuale, quasi rituale, che rompe immediatamente la distanza tra palco e platea e il concerto inizia.
Kenny “Blues Boss” Wayne apre con due brani tra boogie e blues e l’effetto è immediato: l’atmosfera dei club rigorosamente black prende possesso dello spazio. Ci si ritrova catapultati in quell’altra America che pensiamo non esista più, ma che invece è viva e pulsante, incarnata da questi artisti straordinari. È l’America dei locali dei figli e dei nipoti dei raccoglitori di cotone, fatta di anima nera, passione e fede.
Il terzo brano è un gospel, annunciato dallo stesso Wayne come un omaggio al padre, pastore gospel tra Los Angeles e San Francisco. Qui la band sale definitivamente di livello: l’assolo di chitarra, poi quello di basso – monumentale – scolpiscono il brano con intensità e misura. Wayne, con le dita piene di grandi anelli percuote i tasti della sua Roland RD-700SX, ricreando alla perfezione il suono dei pianoforti verticali sgangherati degli honky-tonk bar. La velocità e il fraseggio richiamano a tratti il leggendario Jelly Roll Morton, quello de “la leggenda del pianista sull’oceano” e l’arrangiamento gospel vira sorprendentemente verso un “Oh Happy Day” mai sentito così.
C’è spazio anche per la ballad blues, The Same Old Blues, cantata dal bassista Russell Jackson, leggendario compagno di viaggio di B.B. King. Un momento di grande eleganza e profondità emotiva.
Arriva poi l’annuncio atteso: si parte col Boogie-Woogie. Il suono diventa insistente, ritmico, trascinante, con una linea di basso martellante. Nella mente affiorano immagini di marinai americani in libera uscita che si scatenano nei balli, lo swing che diventa boogie, il rock’n’roll che prende forma. È il cinema in bianco e nero, sono i musical e le commedie d’epoca. Viene inevitabilmente in mente la gara di boogie di 1941 – Allarme a Hollywood di Steven Spielberg.
La serata prosegue tra classici e ballad fino a un momento di pura magia: Wayne dedica alla platea di questo bellissimo club un’interpretazione piano solo di What a Wonderful World. È un’esecuzione intensa, alla quale il pubblico partecipa con delicatezza, cantando sottovoce.
Ancora un brano, Honey, Honey, Honey, i saluti, ma il bis reclamato immediatamente è inevitabile. Wishing Well chiude il concerto con una veste più moderna, riportandoci nelle atmosfere della Los Angeles notturna e sfrenata raccontata da John Landis in Tutto in una notte, con l’ombra lunga – e nobilissima – di B.B. King.
Questo concerto è stato un viaggio emozionale, un’immersione in un immaginario americano che parte dal ragtime di St. Louis, passa per New Orleans e arriva fino alla West Coast. A guidarci, un artista che a 81 anni porta sul palco non solo tecnica e mestiere, ma storia vissuta.
Kenny Wayne, cresciuto tra San Francisco, New Orleans, Los Angeles e Compton, è il prodotto vivente di quelle migrazioni culturali che hanno fatto grande la musica afroamericana. Influenzato da artisti come Nat King Cole, Ray Charles e tanti altri, Wayne non suona il blues: è il blues.
A Spazioporto, domenica sera, Taranto ha dialogato con un’America lontana e profonda. Un incontro riuscito, che ci ha lasciato addosso emozioni vere.
19 gennaio 2026
Angelo Oliva
20/01/2026 00:00
Redazione - il Tacco di Bacco
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