il Tacco di Bacco

Il mito nel presente: al Festival della Valle d'Itria si riscopre Provenzale con Il schiavo di sua moglie

Il mito nel presente: al Festival della Valle d'Itria si riscopre Provenzale con Il schiavo di sua moglie
photocredits @cinziacoppolecchia

di Angela Maria Centrone

Mentre The Odyssey di Christopher Nolan continua a riempire le sale cinematografiche anche nel cuore dell'estate e ad alimentare un acceso dibattito su come sia possibile raccontare oggi un classico millenario, chi frequenta da tempo il teatro d'opera osserva questa discussione con un sorriso. Il mito, in fondo, non ha mai smesso di essere riscritto, reinterpretato, spostato nel tempo e nello spazio. L'opera lirica lo fa da secoli, interrogando gli stessi personaggi con linguaggi sempre nuovi.

È proprio da questa consapevolezza che prende forma Il schiavo di sua moglie, rarità di Francesco Provenzale riportata in scena dal 52° Festival della Valle d'Itria, appuntamento internazionale che ogni estate porta a Martina Franca alcuni dei più importanti percorsi di ricerca e riscoperta del repertorio operistico. L'operazione si rinnova ogni anno come un piccolo miracolo, restituendoci il privilegio di poter assistere a eventi difficilmente replicabili altrove, con opere che dopo secoli tornano a vivere sul palcoscenico e che probabilmente non si incontreranno più nella stessa forma.

A questo “incantamento” contribuisce per il terzo anno consecutivo Rita Cosentino, che firma la regia del nuovo allestimento dell'opera di Provenzale e nelle sue note racconta come il mito continui a modellare la nostra comprensione del mondo e a porci domande senza tempo sul potere, sull'amore, sulla guerra e sul destino. La sua lettura non guarda all'antichità come a un museo da conservare, ma come a un patrimonio da attraversare criticamente, dimostrando come le grandi narrazioni possano ancora parlare all'uomo contemporaneo.

Composta da Francesco Provenzale nel 1672, Il schiavo di sua moglie torna oggi in scena in una nuova veste grazie al lungo lavoro di ricerca e revisione del manoscritto compiuto da Antonio Florio, uno dei massimi studiosi e interpreti del repertorio napoletano del Seicento. Alla guida della Cappella Neapolitana, ensemble specializzato nel repertorio antico, Florio restituisce alla partitura la sua forza teatrale e la sua ricchezza musicale, confermando ancora una volta la vocazione del Festival della Valle d'Itria alla riscoperta di un repertorio dimenticato.

La vicenda, ambientata sullo sfondo della guerra tra Greci e Amazzoni, ruota attorno a Menalippa e al marito Leucippo, che lei crede morto. Per riconquistarla, l'uomo ricorre al travestimento assumendo prima l'identità del guerriero greco Timante e poi quella dello schiavo turco Selim, dando vita a una complessa trama di equivoci, gelosie e riconoscimenti. Sullo sfondo del conflitto si intrecciano anche le vicende amorose di Teseo e Ippolita, sorella di Menalippa, e di Ercole, innamorato della stessa amazzone. Tra finte morti, identità nascoste e passioni contrastanti, la verità finisce per emergere: Leucippo rivela la propria identità, Ercole riconosce la fedeltà dello sposo e la guerra lascia spazio alla riconciliazione. Come nella migliore tradizione barocca, l'opera si chiude così con il trionfo dell'amore e il ricomporsi delle coppie di Menalippa e Leucippo e di Ippolita e Teseo.

Sul podio Antonio Florio conduce la Cappella Neapolitana con autorevolezza e sensibilità filologica. L'ensemble restituisce alla partitura la vivacità di una scrittura ancora libera dagli schemi dell'opera settecentesca, ricca di continui cambi di registro e capace di passare con naturalezza dal lirismo al comico. 

Ancora una volta convincono gli allievi dell'Accademia del Belcanto "Rodolfo Celletti", autentico patrimonio culturale di Martina Franca e fucina di giovani interpreti che il Festival continua a valorizzare con coraggio e lungimiranza. Il cast affronta una scrittura vocale complessa con maturità stilistica, dimostrando come l'Accademia continui a formare artisti già pienamente pronti per il palcoscenico professionale.

È difficile individuare punti deboli in un insieme così omogeneo, ma alcune prove meritano una menzione particolare. Michele Galbiati disegna un Timante credibile sia vocalmente sia scenicamente, affrontando con sicurezza un ruolo centrale e ricco di sfumature. A conquistare il pubblico sono soprattutto le due maschere comiche: lo Sciarra di Valerio Ilardo e il Lucillo di Francesca Lo Verso. I loro interventi alleggeriscono la tensione drammatica con tempi comici calzanti e grande presenza scenica, incarnando quella contaminazione tra teatro colto e tradizione popolare napoletana che rappresenta uno degli elementi più originali dell'opera di Provenzale.

Più discutibile, invece, la scelta dei costumi firmati da Carla Galleri. Se la regia di Rita Cosentino costruisce uno spazio sospeso, nel quale il mito attraversa i secoli senza appartenere a un tempo preciso, gli abiti finiscono per smorzare parte dell'immaginario evocato dalla vicenda. In un'opera popolata da Amazzoni, eroi e figure leggendarie, ci si sarebbe forse aspettati una maggiore ricchezza visiva, capace di restituire il fascino e la magnificenza del mondo barocco.

Il richiamo al mito e al fantastico avrebbe potuto aprire una strada più vicina a quella dimensione fiabesca e visionaria che Shakespeare aveva consegnato al teatro con Sogno di una notte di mezza estate, opera nata anch’essa in un ambiente aristocratico e legata alla dimensione della festa di corte. Anche Il schiavo di sua moglie nasce in un contesto celebrativo: Provenzale compose l’opera per l’arrivo a Napoli del nuovo viceré spagnolo, il marchese d’Astorga. Entrambe le opere trasformano materiali mitici e suggestioni popolari in un racconto teatrale ancora capace di interrogare il pubblico, trovando il proprio compimento nella ricomposizione dell'ordine attraverso l'unione amorosa: il matrimonio tra Teseo e Ippolita in Shakespeare, la riconciliazione finale in Provenzale. La scelta di giacche in pelle e uniformi militari dal gusto decisamente contemporaneo appare certamente coerente con una lettura attualizzante, ma risulta meno suggestiva di quanto la drammaturgia e la forza simbolica della vicenda lasciassero immaginare, creando talvolta una lieve dissonanza con il mondo evocato dall’opera.

Il coup de théâtre di Cosentino arriva però nel finale. Come accade nella migliore tradizione barocca, dopo travestimenti, guerre, equivoci e passioni, l'amore ricompone ogni frattura. La regista sceglie allora di rompere definitivamente la distanza tra Seicento e presente facendo indossare ai protagonisti delle magliette con la scritta "NO ALLA GUERRA".

Un gesto semplice ma potente, accolto da un applauso lungo, commosso e partecipe del pubblico del Chiostro del Carmine e che si lega profondamente al tema scelto per il 52° Festival della Valle d'Itria: il Mediterraneo, culla di civiltà e luogo d'incontro tra culture. Un mare che per millenni è stato attraversato da popoli diversi, ma anche segnato da guerre, conquiste e divisioni. Eppure proprio dalle sue coste sono nate alcune delle più grandi esperienze culturali della storia dell'umanità: un patrimonio di lingue, tradizioni, pensiero e arte che continua a testimoniare la possibilità del dialogo.

Il Mediterraneo diventa così non soltanto lo sfondo geografico di una storia antica, ma un simbolo di riconciliazione, unità e pace. Attraverso la musica e il teatro, ciò che per secoli è stato terreno di scontro può trasformarsi in uno spazio condiviso, capace di unire ciò che la storia ha spesso diviso.

Non è casuale, allora, che un'opera come Il schiavo di sua moglie, nata dal confronto tra mondi diversi e destinata a concludersi con il trionfo dell'amore, trovi oggi una nuova forza nel raccontare la necessità di superare ogni barriera.

È anche questa la magia del Festival della Valle d'Itria: dare nuova vita a pagine dimenticate della storia musicale e offrire al pubblico di Martina Franca incontri artistici irripetibili, in luoghi straordinari — chiostri, masserie e chiese barocche — che diventano parte stessa della narrazione teatrale.

Ci si avvia così verso il gran finale del 2 agosto a Palazzo Ducale con Carmen di Georges Bizet nella sua versione originaria del 1874 (senza la celebre Habanera), già sold out.

31/07/2026 00:00
Angela Maria Centrone

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