
di Angela Maria Centrone
Franco Arminio può piacere o non piacere. Il suo modo istrionico di stare sulla scena, quella capacità di occupare lo spazio con la parola, il gesto, la provocazione e una certa irriverenza possono suscitare entusiasmo quanto perplessità. Ma una cosa è difficile da negare: ad Aliano, il paese dei calanchi raccontato da Carlo Levi, Arminio è riuscito a portare un'energia che è difficile trovare altrove.
Poeta, scrittore e paesologo nato a Bisaccia, in Irpinia, Arminio ha fatto della paesologia una lente attraverso cui osservare i piccoli paesi, le aree interne, i luoghi marginali e le comunità che resistono allo spopolamento. Una pratica che intreccia poesia, geografia, antropologia e osservazione del territorio e che, ad Aliano, trova la sua forma più concreta e collettiva.
Da questa visione nasce La Luna e i Calanchi, la manifestazione che Arminio ha ideato e diretto fin dal 2012 e che nel 2026 è arrivata alla sua sedicesima edizione. Una festa che mette insieme musica, poesia, cammini, incontri e soprattutto quella paesologia che non rimane teoria, ma diventa esperienza condivisa.
La Luna e i Calanchi non sembra un festival costruito secondo le consuete regole degli eventi. Sembra piuttosto qualcosa che accade.
Lo abbiamo capito già la prima sera, lo scorso 19 agosto, quando in programma c'era Francesco Di Bella, protagonista del concerto in Piazza Panevino.
In qualsiasi organizzazione di eventi più tradizionale, probabilmente, qualcuno avrebbe storto il naso davanti a un invito come quello di Arminio: «Stringetevi, così possono entrare tutti».
Perché quando una piazza è piena, quando il pubblico è già accalcato e la gente continua ad arrivare, la reazione naturale di chi organizza è pensare alla gestione degli spazi, ai flussi, all'ordine.
Ad Aliano succede qualcosa di diverso.
Al nostro passaggio, quasi magicamente, si apre una strada. Le persone si stringono davvero. Qualcuno si sposta, qualcun altro fa spazio, ci si incastra uno accanto all'altro. Non c'è una barriera da superare: c'è una comunità provvisoria che, semplicemente, si organizza da sé.
Ed è forse questa la vera magia de La Luna e i Calanchi: l'incanto della connessione tra le persone.
Francesco Di Bella, sul palco, è uno di quegli artisti che potremmo paragonare a un buon vino: più passa il tempo, più emergono profondità, sfumature, spessore e talento. La sua voce e le sue canzoni sembrano avere acquisito negli anni una consapevolezza capace di andare oltre la semplice dimensione musicale. È lui l'headliner della prima serata e il suo concerto si inserisce perfettamente in quell'atmosfera sospesa tra festa popolare e ascolto, tra partecipazione e raccoglimento.
Poi, tra un cambio palco e l'altro, succede ancora qualcosa che difficilmente troveremmo in un festival tradizionale: Arminio invita le persone a salire sul palco e a declamare versi.
E quando arrivano gli Ars Nova, l'atmosfera cambia ancora: la poesia lascia spazio alla componente più istintiva, fisica e godereccia della musica popolare. Si balla, ci si muove, si sta insieme.
Noi siamo rimasti soltanto per la prima giornata, ma basta quella per intuire la dimensione di ciò che poi è accaduto nei giorni a seguire: Dente, l'immancabile Rocco Papaleo e, a sorpresa, Brunori SAS, insieme a una quantità di incontri, camminate, letture, canti e conversazioni che trasformano il paese in un organismo culturale diffuso.
La Luna e i Calanchi è una festa che prova a costruire una comunità, anche se soltanto temporanea.
E allora anche il nome della manifestazione diventa un'allegoria perfetta.
La luna, elemento che da sempre accompagna poeti e scrittori, presenza immaginifica, romantica e misteriosa, capace di alimentare racconti e visioni.
E i calanchi, dall'altra parte: uno scenario quasi extraterrestre sul nostro pianeta, un paesaggio bianco e argilloso che sembra appartenere contemporaneamente alla Terra e a un altro mondo.
È dentro questa dicotomia che si muove la festa: tra immaginazione e materia, cielo e terra, poesia e corpo, individuo e comunità.
Ed è qui che nasce la domanda più interessante.
È possibile che esista ancora un evento del genere, capace di muoversi quasi in barba a tutte le regole non scritte che oggi accompagnano la grande macchina degli spettacoli? Un evento che non sembra voler trasformare ogni esperienza in consumo, ogni piazza in platea, ogni artista in headliner e ogni spettatore in semplice cliente?
Ad Aliano, almeno per qualche giorno, sembra possibile.
Si accoglie il qui e ora. Ci si stringe per far passare qualcuno. Si sale su un palco senza essere necessariamente artisti. Si ascolta, si canta, si cammina, si parla. E soprattutto si pratica quella gentilezza reciproca che sembra essere uno degli elementi fondanti della festa.
È una formula fragile, forse proprio perché funziona.
La grande domanda, allora, non è tanto se La Luna e i Calanchi continuerà a crescere. È se riuscirà a conservare questa dimensione speciale mentre cresce.
Se riuscirà a restare una festa e non diventare una macchina.
Se saprà continuare a lasciare spazio all'imprevisto, alla piazza che si apre spontaneamente, alla persona che sale sul palco a leggere una poesia, al pubblico che si stringe perché possa entrare qualcun altro.
Riuscirà Arminio a conservare questo modo quasi ostinato di ricordarci che stare insieme può ancora essere un gesto semplice?
E che, qualche volta, per fare spazio agli altri basta stringersi un po'.
26/08/2026 00:00
Angela Maria Centrone
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