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Locus Festival 2026 | Alberto Ferrari in solo: la vertigine dei Verdena nella profondità della Grave

Locus Festival 2026 | Alberto Ferrari in solo: la vertigine dei Verdena nella profondità della Grave
Foto ufficiale @LocusFestival

di Angela Maria Centrone

Ieri sera, giovedì 6 agosto, all'interno della Grotta della Grave, l'imponente ingresso alle Grotte di Castellana, straordinario sistema di cunicoli e concrezioni, Locus Festival 2026 ha portato una delle sue tappe satellite con Alberto Ferrari in solo. Un luogo che per il musicista bergamasco oserei definire una collocazione perfetta: la sua musica è abituata a scendere in profondità, a muoversi nelle zone d’ombra senza averne paura.

La scelta della venue non poteva essere più felice per un progetto nato dalla volontà di riportare le canzoni a una dimensione essenziale: Ferrari, voce e chitarra, solo davanti ad un piccolo pubblico, circa 500 persone, impegnato in un percorso che attraversa il repertorio dei Verdena e alcune delle musiche che hanno contribuito a costruire la sua personale geografia sonora. Un progetto pensato per spazi intimi e particolari, dalle chiese ai luoghi naturali, che nella Grave ha trovato una delle sue destinazioni più suggestive e radicali.

E non è soltanto una questione di bellezza scenografica. Avevo già assistito ad altri concerti all'interno delle Grotte di Castellana, ma quello di Ferrari è stato, almeno per quanto mi riguarda, il più immersivo. La musica dei Verdena sembra avere da sempre un rapporto privilegiato con ciò che sta sotto la superficie: il buio, l’inquietudine, la materia, la vertigine, ma anche la possibilità di trasformare tutto questo in qualcosa di vitale.

La discesa nella grotta diventa allora una metafora quasi inevitabile della loro poetica: non una discesa verso il nulla, ma dentro il proprio baratro, là dove il dolore non viene rimosso né addomesticato, ma attraversato e trasformato. Le loro canzoni hanno saputo abitare negli anni zone emotive tutt’altro che rassicuranti senza rimanerne prigioniere: andare sempre più in profondità per scoprire che anche laggiù esiste una forma di vita. Proprio come in una grotta, dove il buio non coincide con l’assenza, ma custodisce un mondo che continua a esistere secondo altre regole.

In questo contesto, la formula del solo acquista un significato particolare. Senza la struttura sonora della band, le canzoni vengono riportate al loro nucleo essenziale: voce, chitarra e scrittura.

Ma Ferrari non propone una semplice versione acustica dei Verdena. Attraverso una combinazione di elementi tecnici — dalla sua ormai leggendaria pedaliera agli effetti e alle sovrapposizioni sonore — costruisce dal vivo un ambiente complesso, in cui la chitarra smette di essere soltanto accompagnamento e diventa materia, ritmo, atmosfera. Una stratificazione progressiva che trasforma una formazione apparentemente minimale in un paesaggio sonoro più ampio, capace di espandersi nella cavità della Grave senza perdere la dimensione intima del concerto.

La scaletta attraversa soprattutto il repertorio dei Verdena, con brani come Chaise longue, Puzzle e Volevo magia, accanto alla rilettura di Tony Hawk of Ghana degli I Hate My Village. Ma è soprattutto la versione di Trovami un modo semplice per uscirne ad aver lasciato un segno particolare: uno di quei momenti in cui si ha la sensazione che tutto sia al posto giusto, la musica, lo spazio e il tempo.

L'unica criticità da segnalare è legata non alla musica ma alla fruizione dello spettacolo. Il suolo della Grotta della Grave, comprensibilmente irregolare, rendeva in alcuni punti la visuale estremamente difficile. Alcune posizioni finivano per essere penalizzate fino a rendere quasi completamente invisibile l’artista sul palco, trasformando il concerto, per una parte del pubblico, in un’esperienza prevalentemente d’ascolto. Un palco leggermente più alto avrebbe probabilmente risolto il problema e reso perfetta una serata già straordinaria.

Se la complessità del luogo da una parte ha posto qualche limite, dall'altra ha restituito qualcosa di irripetibile: all'interno della Grave il suono si deposita sulle pareti della cavità per poi risalire verso l'alto, raggiungendo l'esterno attraverso quel pozzo che, osservato dal basso, diventa quasi un Inneres Auge, un "occhio interiore" — per citare Franco Battiato — una linea verticale aperta verso l'infinito.

Il buio, la pietra, la temperatura e la distanza dal mondo esterno modificano la percezione del tempo. Per poco più di un’ora si ha la sensazione di essere entrati in una parentesi fuori dalla normale dimensione del concerto. Quando finisce, rimane quasi la sorpresa di essere già tornati in superficie.

Ed è forse questo il fascino di esperienze come questa: la loro brevità non ne diminuisce l’intensità, ma la concentra. In uno spazio dove ogni suono sembra avere una profondità diversa, Alberto Ferrari ha costruito un incontro sospeso tra ciò che emerge e ciò che resta nascosto.

Poi arriva la fine, troppo presto. Ma forse le cose belle hanno davvero questa cattiva abitudine.

La 22ª edizione di Locus Festival continua questa sera a Masseria Ferragnano a Locorotondo con Marco Castello, Jalen Ngonda e Mind Enterprise. Maggiori informazioni su www.locusfestival.it

WEB: https://www.locusfestival.it

07/08/2026 00:00
Angela Maria Centrone

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